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Monte Nagià Grom

Il paese di Mori, con la Valle del Cameras racchiusa tra la Valle di Gresta e l’Altopiano di Brentonico, nel corso della prima guerra mondiale fu teatro di un sistematico e pressoché totale scenario di distruzione. Ponti minati, boschi tagliati per utilizzarne il legname, case ridotte in rovina, campagne devastate e strade inservibili dalle detonazioni e dallo scavo dei trinceramenti.

fotografia monte

È questo uno dei più vivi e sentiti ricordi raccontati tante volte dai nostri nonni e genitori. Il gruppo ANA (Associazione Nazionale Alpini) di Mori nell’ultimo decennio si è fatto carico di restituire alla memoria le fortificazioni e le trincee realizzate dagli austriaci sul Monte Nagià Grom, rilievo stretto tra i paesi di Valle San Felice e Nomesino. Il nome reale del monte non è ben certo, ritrovando sulle mappe sia la denominazione Nagià che Grom, ed in alcuni casi anche Macio. Gli alpini moriani hanno però fin dal principio chiamato il rilievo Nagià Grom poiché Grom potrebbe individuare la sommità vera e propria mentre Nagià sembra stia ad indicare il versante del monte ad ovest, verso Valle San Felice.

Un po’ di storia
Prima della guerra 1915/18, in base ai confini stabiliti dalla Pace di Vienna nel 1866 fra Austria ed Italia, l’Altopiano di Brentonico, la Valle di Gresta e la Valle del Cameras appartenevano all’Impero austroungarico. Gli austriaci avevano cominciato a fortificare i propri confini con l’Italia già prima dello scoppio della guerra: il confine politico era delineato sul Monte Baldo ma la linea di resistenza era in realtà più arretrata, alle pendici del Baldo verso la Valle del Cameras ed ancor più verso le montuosità di Nago poste a nord verso la Val di Gresta con il Monte Perlone e Monte Corno, lo Stivo col Monte Creino e le dorsali che scendono a Nago col lago di Loppio e più a oriente il Biaena con le sue appendici rocciose costituite dal Monte Nagià e Faè, che a loro volta scendono fino a Mori.
Già in quegli anni fra i trentini si stava diffondendo un leggero malumore verso il regime austriaco al punto che alcuni di loro erano disposti a dare informazioni agli ufficiali italiani che venivano sporadicamente in ricognizione nelle nostre valli.
Esempio coraggioso fu l’architetto Stefano Beltrami, nato a Mori il 24 dicembre 1883, impiegato all’ufficio provinciale di Trento fino all’agosto del 1914 e poi assegnato come disegnatore al comando austriaco della fortezza di Riva. A lui gli austriaci affidarono, tra gli altri incarichi di fiducia, di disegnare l’organizzazione difensiva e i piani dei lavori eseguiti e in progetto della vasta zona che dalla Bocca di Saval in Val di Ledro arrivava al Monte Maronia sull’altopiano di Folgaria, e quindi anche la Val di Gresta. In questa zona era concentrato un fronte sensibilissimo ed avere a disposizione tutti i lavori campali austriaci, le postazioni di artiglieria con il relativo settore di tiro sarebbe stato di fondamentale importanza per l’esercito italiano.
Beltrami copiò nelle ore più impensate questa carta in scala 1:25000 che misurava due metri di lunghezza per ottanta centimetri di altezza. Ne fece poi delle striscioline che attaccò su tutto il corpo ed il 23 aprile 1915 disertò dall’incarico austriaco. Attraversati i monti, si presentò al centro informazioni di Verona. Lì in una settimana mise di nuovo insieme quell’importante cartina che fu poi distribuita a tutti i comandi italiani interessati. In seguito a questo fatto, eroico agli occhi degli italiani e spregevole per gli austriaci e, a dir il vero, anche per qualche italiano filo-austriaco, Feltrami fu costretto a trasferirsi in Piemonte ed in Val d’Aosta, dove per molti anni non ebbe più notizie dei suoi fratelli soldati. Rientrato a Mori, insegnò disegno tecnico presso le scuole complementari e morì nel 1931.
Di lì a qualche giorno dalla diserzione di Beltrami, nel maggio 1915, iniziarono le ostilità tra Austria ed Italia. La popolazione che abitava la nostra terra venne completamente coinvolta: gli uomini validi furono chiamati al servizio militare con la leva di massa. Altri, se politicamente sospetti, vennero internati con i loro familiari in appositi campi di concentramento. Alcuni furono profughi non verso il nord ma in Italia, dove affluirono anche molti irredentisti. La maggior parte degli abitanti fu infine evacuata forzatamente dai paesi ed inviata profuga in terre lontane dal fronte in Austria, Boemia e Moravia.
L’ordine di evacuazione per i paesi della Val di Gresta venne emanato alle ore 16 del 22 maggio 1915 e doveva essere eseguito nelle ventiquattro ore successive. Mentre la popolazione di Manzano, Nomesino e Pannone fu alloggiata per un po’ di tempo nei comuni non ancora evacuati del distretto di Villalagarina, il resto dei grestani scese a Loppio dove il mattino del 23 maggio, prima con il trenino Mori–Arco–Riva e poi con la ferrovia del Brennero, furono avviati in diversi paesi dell’impero asburgico.
In valle rimasero per tutta la guerra una decina di militarizzati tra i quali il panettiere Massimo Ferrari.
Il fronte che interessava il Baldo, la Valle del Cameras e la parte ad est della Valle di Gresta, cui apparteneva Il Nagià Grom, era presidiato dal punto di vista dell’organizzazione militare austriaca, dalla 91a I D ed in particolare faceva parte dell’Entschtal–Sperre (sbarramento Val d’Adige). Sul fronte italiano era schierata la Ia Armata ed il Monte Baldo rientrava nel settore Baldo–Lessini.
Gli austriaci avevano previsto che al primo urto il velo di copertura di truppe operanti lungo il confine politico sul Baldo si sarebbe ritirato lungo quello militare, più arretrato e formato da veri baluardi e ben costruite trincee. Il 24 maggio 1915, primo giorno di guerra, il battaglione alpini Verona occupò subito il Monte Altissimo senza trovare resistenza. Nel giro di pochi giorni gli italiani conquistarono anche Brentonico e i paesi dell’Altopiano, Besagno ed il Monte Giovo, mentre gli austriaci si assestarono sull’asse Tierno – Sano – Loppio. Per gli oltre due anni di guerra vi furono delle scaramucce, degli scambi tra pattuglie, dei combattimenti per la conquista di piccole postazioni, ma soprattutto l’usurante tiro dell’artiglieria pesante, che dall’Altissimo bersagliava la Valle di Gresta e viceversa.
Il fronte rimase però pressoché immutato fino alle 13.30 del 2 novembre 1918, quando iniziò la grande e finale offensiva italiana. Dopo un violentissimo bombardamento che per due ore sconvolse le trincee ed i reticolati austriaci, gli italiani occuparono, senza trovare una forte resistenza, le trincee avversarie della linea di resistenza nella Valle del Cameras, dove trascorsero la notte.
Il mattino successivo, dopo aver occupato Sano, Tierno, Mori e Ravazzone, le truppe italiane si mossero verso Isera. Di qui poi proseguirono per il Monte Creino, Biaena e Nagià Grom. I soldati austriaci in parte riuscirono a fuggire, mentre altri furono presi di sorpresa alle spalle e non opposero molta resistenza agli italiani, che ben presto conquistarono tutte le postazioni in Valle di Gresta. Il genio militare austriaco aveva infatti solidamente fortificato il lato esposto ai tiri dal Baldo ed ai possibili attacchi dalla Valle del Cameras, lasciando invece scoperte le retrovie dove si trovavano allo scoperto i baraccamenti ed i servizi logistici.
Quello stesso giorno gli italiani entrarono a Trento.
 
Le fortificazioni sul Monte Nagià Grom
La sporgenza pronunciata del Monte Nagià Grom gli assegnava i vantaggi di una fortezza naturale, rinforzati da una potente organizzazione. Gran parte delle opere più significative realizzate un secolo fa sono ancora intatte o stanno per essere recuperate dai nostri alpini.
Il monte era coronato da tre linee di trincee scavate nel terreno o nella roccia e collegate tra loro da camminamenti per gli spostamenti delle truppe in sicurezza. La linea più avanzata circoscriveva la base del monte, quella mediana il pendio di mezzo mentre quella più arretrata passava proprio sotto la cima. Talvolta le trincee non presentavano un andamento lineare bensì spezzato cosicché, nel caso di scoppio di una granata, il raggio di deflagrazione sarebbe stato meno ampio, con notevole vantaggio per la protezione dei soldati in trincea.
Sulla linea più esterna, a ridosso dello strapiombo che sovrasta la piana di Mori, era stato costruito un avamposto in cemento ben fortificato con postazione per mitragliatrice e tutti i servizi per la truppa. Il sentiero di accesso al monte era controllato da una postazione in caverna.
Sul cocuzzolo di vetta era stato realizzato un osservatorio in parte interrato collegato con dei camminamenti ad una serie di bocche che guardavano in tutte le direzioni. Appena sotto la cima, in località Pozze Basse, fu scavata nella roccia, con l’ausilio delle mine, una grande caverna le cui feritoie dominavano la Valle del Cameras. All’entrata della grotta si trovano ancora oggi i resti di un’effige austriaca con le ali dell’aquila stilizzata, stemma della compagnia polacca qui dislocata. Sembra che gli austriaci, prima di ritirarsi, fecero saltare la caverna. L’esplosione spezzò e sollevò per alcuni centimetri la parte superiore della grotta, facendola poi ricadere più o meno composta nella posizione originale e lasciando come testimonianza delle visibili crepe lungo tutto il perimetro della caverna.
A nord della cima, in corrispondenza della linea arretrata delle trincee, gli austriaci avevano ricavato nella roccia una grande caverna con finestre, adibita probabilmente a magazzino. Poco più in là, in località Busa dele Anime, a ridosso della linea mediana di difesa, vi si trovava una cisterna per l’acqua potabile nonché il gruppo elettrogeno. A tutte le trincee e le postazioni erano fornite infatti sia l’acqua che la corrente elettrica.
Sul retro del monte, lungo la Busa de Fond che collega Valle San Felice con Manzano, ben protetti dai tiri dell’artiglieria italiana, gli austriaci avevano costruito dei baraccamenti. Oltre agli alloggiamenti per la truppa e gli ufficiali vi si trovavano le cucine, i bagni e un ospedale da campo.
 
Il lavoro degli alpini
L’idea di recuperare le fortificazioni sul Nagià Grom nacque all’interno del gruppo alpini di Mori con la partecipazione di alcuni residenti di Valle San Felice e Manzano. Di qui la richiesta al comune di una contributo per l’acquisto di materiali e vettovagliamenti. Il contributo elargito è stato di gran lunga inferiore a quanto preventivato, per gli stessi interventi, dai finanziamenti dei Patti Territoriali della Valle di Gresta, con risparmio notevole per la comunità.
I lavori sono iniziati nell’estate del 2001 con la sistemazione dei sentieri di accesso, che in mezzo secolo erano stati occupati dal bosco. Tutte le domeniche un folto gruppo di volontari, sia da Mori che dai paesi della Valle di Gresta, è salito per lavorare sul Nagià Grom, guidati dal presidente Spartaco Avanzini e dall’appassionato geometra Francesco Silli, che ha assunto la “direzione dei lavori”. L’anno successivo è stato sistemato il sentiero che dalla Busa dei Scatirei porta a Manzano ed il primo tratto di trincea che scende verso la Busa dele Anime. Lo stesso anno gli alpini hanno organizzato presso la scuola di Valle San Felice, con la collaborazione delle maestre Vittorina Rizzi e Eleonora Ramielli, una mostra con esposti un gran numero di reperti bellici ritrovati sul Nagià Grom. Lenti di occhiali, pettini, tazzine, bottiglie, pipe, grattugie per il formaggio, materiale elettrico, resti di armoniche, sono solo alcuni dei materiali recuperati che raccontano un po’ della vita condotta dagli austriaci sul fronte.
In concomitanza con la mostra il dottor Camillo Zadra e lo storico Tiziano Bertè, entrambi del museo della guerra di Rovereto, hanno presentato il libro “Il fronte immobile” e proiettato immagini originali del fronte austriaco riprese dal Monte Baldo.
Nel 2003 gli alpini hanno completato la lunga trincea, tagliato gli alberi sulla cima e posta la grande croce. Per quest’anno hanno in programma di predisporre i cartelli per il percorso guidato, nonché di recuperare la postazione sulla cima e la trincea che corona la sommità.
Ad oggi i lavori svolti sono di gran lunga di più rispetto a quelli pattuiti col comune e gli alpini contano di ottenere dall’amministrazione anche la gestione e manutenzione ordinaria dell’area per gli anni futuri.
Anche quest’anno il gruppo ANA ha in programma di organizzare “Camminando in compagnia degli alpini”, un’escursione guidata sul Nagià Grom. Bisognerà però attendere settembre, quando si prevede il completamento della quasi totalità dei lavori.
 
Indicazioni turistiche
È possibile visitare le fortificazioni del Monte Nagià Grom per due distinti itinerari che in parte si sovrappongono.
Il percorso consigliato dagli alpini inizia dalla chiesa di Valle San Felice, dove si lascia la macchina. Presa subito la mulattiera pianeggiante che costeggia il cimitero, dopo poco più di mezzo chilometro ci si incammina sulla sinistra per la Val Piole, con una strada forestale in mezzo al bosco. Il sentiero inizia a salire e si incontra sulla destra una postazione che serviva a controllare l’accesso al monte. Proseguendo si giunge ad un punto panoramico con panchina da dove si gode di un splendido panorama sulla piana di Loppio e su Sano. Dopo pochi passi sulla sinistra si nota una galleria, chiusa perché evidentemente pericolosa. Salendo ancora si prende sulla destra giungendo ad un avamposto scavato nella roccia, con alloggiamento per la truppa e postazione per mitragliatrice. Ritornati sui propri passi si giunge alla Busa dei Scatirei, piazzale dal quale prendendo la strada sulla sinistra si giunge alla provinciale tra Valle San Felice e Manzano mentre sulla destra si può andare a Manzano per un sentiero.
Il nostro itinerario prosegue invece diritti nel bosco, dove dopo alcune curve, svoltiamo sulla sinistra e ci infiliamo in una lunga trincea che ci porta fin nei pressi della grande grotta che era adibita a magazzino. Salendo lungo il pendio sulla sinistra dopo un centinaio di metri si giunge sulla vetta del monte, dove ci sono i resti dell’osservatorio, circondato in tutte le direzioni da una fitta rete di camminamenti. Dalla cima si scende verso la croce realizzata con una putrella risalente al periodo bellico. Da qui si gode di una vista stupenda su Manzano e Nomesino, mentre si scorgono la chiesa di Pannone, di Santa Apollonia e Santa Agata a Corniano.
Appena ad est della croce inizia la trincea che corona la cima del monte, lasciata la quale si giunge alla grande grotta chiamata dai grestani “dell’Angelo” o ”dell’Aquila”, per l’effige apposta sull’ingresso della quale rimane solo un pezzo dell’ala. Proseguendo si giunge ad una strada che in breve ci porta alla cisterna, ai resti del basamento del gruppo elettrogeno e a un rifugio nella roccia. Questa zona è stata teatro di una tragedia avvenuta dopo la conclusione della guerra, negli anni Venti, quando le nostre montagne erano animate dai recuperanti, che raccoglievano tutto quello che i militari, in tanti anni di guerra, avevano abbandonato. Tre bambini di Manzano, tutti di cognome Bertolini, trovarono una bomba e maneggiandola la fecero esplodere accidentalmente. Nella disgrazia due bambini morirono mentre il terzo rimase gravemente ferito.
Ritornati sui propri passi si scende giungendo ben presto alla strada provinciale che porta a Valle San Felice, nei pressi del capitello poco prima del bivio tra Manzano e Nomesino. Di qui, scendendo per la stradina sulla sinistra, si ritorna dopo un chilometro alla macchina.
Un percorso alternativo, più agevole ma meno completo, inizia in corrispondenza del suddetto incrocio. Di qui, invece che salire per il ripido sentiero usato per il ritorno nell’itinerario precedente, si può prendere la strada che fiancheggia il monte sulla destra, dove si può lasciare la macchina prima della stanga. Ci si incammina per la comoda mulattiera fino alla Busa dei Scatirei, da dove si può proseguire con l’itinerario precedente.
 
Testo tratto da: Torboli M. Il Monte Nagià Grom, tra presente e passato. El Campanò de San Giuseppe; 2004.

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Pagina pubblicata Mercoledì, 18 Dicembre 2013 - Ultima modifica: Mercoledì, 14 Maggio 2014
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