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Montalbano

Costruito nel 1556 in zona panoramica e pittoresca su devozione della comunità di Mori, ai piedi dei ruderi dell’antico castello distrutto dai Veneziani nel 1439, il Santuario di Montalbano dedicato alla Madonna dell’Annunziata, domina la vallata e protegge la borgata di Mori.
Il Santuario, da sempre, ha accolto generazioni e generazioni di pellegrini che sono saliti in questo luogo per chiedere grazie alla Madonna: chi per la famiglia, chi per il lavoro, chi per la salute, chi per il raccolto.

fotografia cstello

Accesso
Lasciata la macchina a Mori (largo Villanuova, piazza Cesare Battisti o via Teatro) oppure a Mori Vecchio, si sale a piedi al Santuario di Montalbano in 15 minuti.
 
Il Santuario
Il Santuario è anche legato a S. Giuseppe e poiché S. Giuseppe ricorre il 19 marzo e l’Annunciazione il 25 dello stesso mese, le due feste furono abbinate nella “Sagra di San Giuseppe” che solitamente si svolge l’ultima domenica di marzo, con la quale si fa coincidere anche l’inizio della primavera. In questa giornata la comunità di Mori, ormai da tradizione, si raccoglie in festa sul piazzale sopra il Santuario: vengono distribuiti i “grostoi” e per l’occasione i giovani della borgata suonano con le campane “el campanò”.
Altra Santa venerata è S. Rosa da Lima (+ 24 agosto 1607). Si racconta che nell’agosto del 1850 ci fu un nubifragio e una frana scese fra Molina e Ravazzone ma non ci furono feriti. A ricordo di questa calamità la popolazione fece voto di celebrare ogni anno una S. Messa in onore di S. Rosa.
Entrando nel Santuario si nota da subito il portale a sei pannelli dello scultore moriano Luigi Bombana. I pannelli mostrano date significative per la storia della chiesa e della comunità moriana: 1556, data della costruzione del Santuario; 5.8.1703, data del solenne voto perché il paese fu risparmiato dai francesi del generale Vendome; 1809, fine del Regno di Baviera e dei Quattro Vicariati ed inizio del Regno Italico; 1855, epidemia del colera con 225 morti; 1914-1918, 1940-1945 date delle due guerre mondiali.
All’interno si possono osservare due tele di pregevole fattura (XVII secolo) che rappresentano fatti della nascita di Gesù (“Visita a S. Elisabetta” e “Natività” del pittore Gasparantonio Baroni Cavalcabò di Borgo Sacco del quale è pure la tela “Visione di S. Giuseppe della fuga dall’Egitto”). Altre due tele, invece, sono del roveretano Balata (“Gesù ritrovato nel Tempio” e “Presentazione al Tempio”).
L’altare maggiore è l’unico altare dell’epoca così come il presbiterio; l’altare di S. Giuseppe è opera dei Benedetti di Castione, mentre quello di S. Antonio, costruito attorno agli anni ’30, è opera degli Scanagatta.
Il campanile, simile agli altri campanili preesistenti nella borgata, è a cuspide di cotto veronese a bifore romaniche. Il suo maestoso orologio ha un diametro di quattro metri. Le campane battono ogni trenta minuti e come da tradizione alle 11.00 di ogni giorno feriale suonano ricordando ai contadini di tornare dai campi per il pranzo.
La chiesa fu ampliata nel 1795 dall’architetto Domenico Sartori di Castione, per volere del pievano Giacomo Tabarelli de Factis, insegnante di teologia presso il seminario diocesano. Nel 1899 fu restaurata su volontà dell’arciprete mons. Germano Rossi ed in seguito nel 957 su volontà di mons. Cesare Viesi.
Nel 1967 fu restaurato il romitorio adiacente il Santuario, luogo dove abitarono fin dal 1700 i frati, principalmente della congregazione di S. Caterina in Rovereto e dove invece oggi, come da alcuni decenni, il custode vive con la sua famiglia.
 
Il Castello
Della fitta rete d’insediamenti fortificati risalenti all’epoca medioevale, presenti nel territorio del Comune di Mori, Castel Albano rappresenta forse l’esempio più noto. Attualmente del castello non ci sono pervenuti che pochi ruderi situati sul dosso che delimita a est l’ampio terrazzo sovrastante Mori, di proprietà della Parrocchia.
Considerando le parti della struttura attualmente visibili ben difficilmente si riesce a ricostruire quale fosse l’aspetto originale del complesso edilizio. Fino ad oggi il castello non è mai stato oggetto di ricerche archeologiche volte ad indagare le fasi medioevali, quindi anche i manufatti di cui attualmente si dispone non sono di grande aiuto, ne si possiedono documentazioni iconografiche valide del sito. Anche la maggior parte dei documenti pervenuti relativamente alla vicissitudini storiche del castello, riguardando soprattutto atti giuridici, sono molto poveri di notizie per quando attiene agli aspetti materiali dello stesso e sulla vita che vi si conduceva.
Una particolare classe di documenti giuridici esce invece da questi schemi; si tratta degli inventari.
Essi venivano redatti in occasione delle successioni ereditarie più importanti e si configurano come dei veri e propri elenchi, estremamente precisi e dettagliati, di quanto era contenuto nei vari edifici signorili. La loro affidabilità documentaria è elevata, infatti essi erano messi in atto per conoscere il reale valore dei possedimenti oggetto della successione. Disponiamo di inventari anche per alcuni castelli del Trentino, tra cui quello di Albano.
Ottone di Castelbarco , signore del castello, morì nel 1413 senza lasciare eredi diretti e per sua espressa volontà i castelli di Albano e Nomensino passarono a Guglielmo di Castelbarco, della linea di Lizzana. In seguito a ciò lo stesso eseguì un inventario dei beni a lui spettanti. Il documento è datato 16 agosto 1413.
Il documento contiene interessanti notizie per quando riguarda l’aspetto del castello. Essendo già stato pubblicato più volte , ci limiteremo ad estrapolare gli elementi più interessanti dal nostro punto di vista.
In esso il castello è indicato come costruito «sulla pietra di Albano», munito di torre ed edificato in muratura, con solai in legno e copertura in coppi. L’edificio principale, addossato alla torre, era a due piani. Al piano terreno si trovavano più stanze, tra cui una affrescata per i forestieri, una con caminetto, un magazzino,una dispensa, un forno, una cucina e una loggia che probabilmente si apriva sul cortile interno. Al di sopra vi erano le camere per il feudatario. Abbiamo poi la cantina, la cantina inferiore, il torchio e una piccola mola a mano, ospitati in un unico locale. Il granaio, la fucina, il fienile e le stalle con il relativo letamaio sembrano collocati nel cortile interno.
Già da questi appunti si può capire che gli edifici interni del maniero erano di discrete dimensioni e che ospitavano anche i laboratori necessari per la vita di tutti i giorni. Come spesso accade pare sorprendente che tutto ciò fosse ospitato in spazi così ristretti, ma bisogna pensare all’impegno finanziario necessario per erigere o allargare nuove mura, impegno che faceva dì che lo spazio disponibile fosse sfruttato totalmente. Purtroppo di tutto questo attualmente non è visibile nessuna traccia.
Per quanto riguarda le pertinenze del castello si sa che vi erano tre orti, un frutteto e alcune arnie per le api (nel medioevo l’unico dolcificante diffuso era il miele).
Oltre alla consistenza fisica degli edifici l’inventario è una preziosa fonte di informazioni sulla «cultura materiale» del tardo medioevo. Per cultura materiale si intende l’insieme de conoscenze pratiche e gli aspetti di vita che contraddistinguevano l’esistenza quotidiana del passato. Tutti aspetti che spesso sono solo sfiorati dalle fonti storiche e che a volte sfuggono anche alla ricerca archeologica.
L’inventario elenca minuziosamente il contenuto delle varie stanze. Nelle stalle vi erano due buoi, quattro cavalli, un centinaio di oche e galline, morsi e briglie (brene), «valige e cesti» probabilmente per la soma e, in particolare molto interessante, anche alcuni sparvieri da caccia.
Nel cortile vi era un carro per la benna, un carro per il trasporto delle persone, un aratro con vomere (gomexius), il necessario per l’aggogatura, un torchio, un imbuto e un orcio in pietra per l’olio. Soprattutto questi ultimi sono molto deperibili, tanto che non ci sono pervenuti che p
Per la falegnameria sono indicate, oltre a mazze, accette e tenaglie anche pialle (scaiarolle), pisolini (plone), succhielli (foradori). Nell’inventario delle stanze non compare un’officina, però il castello possedeva l’attrezzatura necessaria al lavoro di fabbro, tra cui anche alcuni mantici, per cui si può supporre anche l’esistenza di una forgia. Vi erano inoltre strumenti per l’edilizia e anche per la fabbricazione di calzature, come alcune forme per scarpe (subtilares).
Naturalmente sono indicati anche numerosi attrezzi agricoli.
Lungo l’elenco degli attrezzi da cucina; ci limiteremo a citare i più particolari, ocme le grattugie (gratacaxole), tortiere (fogolaria a torta), mestoli di legno (choelearia lignea), taglieri (incissoris), oltre a tutto l’attrezzatura pertinente al caminetto.
Dal punto di vista più strettamente finanziario troviamo inventariati una borsa con monete d’oro e d’argento, verghe di argento fuso, e targhette, sempre d’argento, destinate all’abbellimento delle vesti. Tra gli oggetti di valore si possono anche enumerare anche parte dei monili di Orsola di Castelbarco e una piccola icona sacra, con relativo lume e secchiello (calcedrellus) per l’acqua santa. Curiosamente troviamo inventariato un piccolo orologio con campanella, relegato nel portico del castello. Numerose poi le armi, sia personali del signore che destinate alla difesa comune. Le prime una spada, una daga e alcune parti d’armatura. Molte parti d’armatura sono indicate anche in stanze del castello, oltre a balestre con vari sistemi di tensionatura e archi di corno, il tutto con le relative frecce racchiuse in casse o faretre (casse de verettonis, carcassi ab arisis).
Come si può intuire già da queste brevi note un inventario dà il vero e proprio spaccato della vita quotidiana all’interno di un castello del XV secolo e permette di avanzare alcune ipotesi.
Per prima cosa si può intuire che il castello era composto da più edifici all’interno delle mura, alcuni presumibilmente di legno, come le stalle, ma altri sicuramente in muratura. È possibile dedurre che attorno al castello esistessero alcuni terreni coltivati di pertinenza dello stesso, con alcuni orti e frutteti. Vi erano probabilmente anche delle vigne,data la presenza di strumenti per la vinificazione e di un torchio; in ogni caso è presumibile che nelle cantine del castello, ben due, e nei magazzini fossero conservati anche i frutti di terreni posti in altre zone. A tal proposito il carro con benna poteva essere usato per il trasporto di derrate alimentari o di letame. Notevole la presenza di animale da cortile, che per le loro scarse esigenze alimentari erano spesso allevati in epoca medioevale; sappiamo poi per la presenza di buoi e dell’aratro con finimenti, strumento di importante interesse economico. Nel documento sono anche citati un granaio e un fienile, che evidentemente soddisfala alle esigenze della stalla ma che quelle dell’abitazione, infatti spesso sui pavimenti era cosparsa della paglia per isolare dal freddo o per pulire i medesimi.
Economicamente il castello di Albano appare in discrete condizioni a abbastanza fornito. In ogni caso appare chiaro come il castello tendesse all’autosufficienza e che in esso le attività fossero piuttosto diversificate. La presenza di numerosi strumenti per muratore fanno supporre che vi fosse una discreta attività di manutenzione dell’edificio.
Nel 1440, 27 anni dopo la redazione di questo inventario, il castello fu distrutto dalle truppe veneziane e già nel secolo successivo era ridotto ad una semplice rovina anche grazie all’uso di sassi per la costruzione prima delle case sottostanti e nel 1556 al Santuario adiacente.
 
 Testi tratti e liberamente adattati da:
 Chiusole G. Castelli lagarini della destra dell’Adige, P.A.T., Trento, 1980.
 Gerola G. Inventario di un castello castrobarcense del secolo XV, in Tridentum IX,4 Trento, 1906; 145-175.
 Gorgera. I castelli del Trentino, vol. 4, Saturinia, Trento, 1994; 153-155.

Tipologia di luogo
Castello
Collocazione geografica

Come arrivare

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Pagina pubblicata Mercoledì, 18 Dicembre 2013 - Ultima modifica: Lunedì, 26 Maggio 2014
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